About

Martina Roberts è nata a Torbay (UK), vive e lavora a Bologna (IT)

 

Testo di Franco Gordano

“La ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere”, scriveva Italo Calvino nella prima delle “sei proposte per il prossimo millennio”, più note come “Lezioni americane”. Anche se il riferimento appare abusato, è ciò che ho subito pensato nel vedere le stimolanti pitture su vetro di Martina Roberts. Con fresca genuinità, questa flâneuse della quotidianità, incantata dal particolare, amante più dei vuoti che dei pieni, attenta a un equilibrio compositivo che bilanci le scarne campiture e le tenui ma vivaci cromaticità, sembra volerci condurre per un mondo diverso, un mondo che pare più non appartenerci, schiacciati come siamo dal peso di un’esistenza greve e apparentemente senza via d’uscita. E’ dunque un monito, forse un invito a spogliarci delle nostre corazze, a vestire abiti più leggeri (nella scia d’una grande tradizione novecentesca, Mirò ad esempio, e Klee, Calder, Melotti), a lasciarci coinvolgere dalle piccole cose e dalla loro essenza più intima, a lanciare lo sguardo oltre l’ostacolo, verso un mondo di limpida trasparenza, di sognante, magico equilibrio, anche tra network e shop window di fascinose strade cittadine. Ma non è un mondo propriamente incantato, e se in parte lo sembra, è comunque, come ogni fiaba, carico di apparenze, d’ambigua seduzione, forse d’incombente minaccia. Un semplice calice sembra incalzato dalla propria ombra come dei minuti vestiti resi quasi inconsistenti da sottili tramature, piccoli legnetti colorati scatenano fiamme, gli alberi hanno tronchi improbabili come sottili fili di rame appunto melottiani, le nubi piangono come cuori in pena e quei titoli in inglese sopra citati portano in sé la propria ironica dualità. Perché se è vero che il vetro con la sua leggerezza (ma anche quegli acquerelli così lievi, diluiti, che sembrano pronti a dissolversi – o anche a reagire, vedi la medusa -) potrebbe essere la materia di cui sono fatti i sogni, è altresì incontestabile la sua fragilità, la precaria esistenza appesa al filo d’un gesto maldestro o d’un vento bizzoso. Come Laura nel mirabile dramma “Lo zoo di vetro” di Tennessee Williams, la Roberts costruisce il suo mondo di vetro, ma a differenza di quella non indulge in un intimismo sterile e destinato alle delusioni, bensì dà sfogo alla sua ispirazione poetica, solo apparentemente infantile, felicemente stimolata dal suo tempo, da ciò che la circonda e la coinvolge per rammentarci anche la nostra fragilità, la sempre possibile frantumazione del nostro essere, come accade a quel piccolo mitico unicorno che Laura regala a colui che per un attimo ha creduto poter essere la sua salvezza.

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